Scenari apocalittici da Atene pre-Referendum. L’Europa che non vorremmo

Prima i diritti di cittadinanza e poi le equazioni inique di economisti mainstream che con troppa leggerezza decidono di destini non loro. Invece quello che sta accadendo in Grecia è uno degli esempi dell’Europa che noi non vorremmo e di decisioni politiche che non ci rappresentano. Ecco l’eloquente testimonianza di una giovane italiana su quanto sta accadendo ai nostri vicini: “Poche parole non bastano per uno scenario che si presenta a tratti come apocalittico. A parte le code interminabili agli sportelli bancari, letteralmente assediati durante il w.e., impressionanti sono gli assalti ai supermercati. Gli ateniesi temono infatti, probabilmente a ragione, un brusco rialzo dei prezzi e cercano di evitare di subirne le conseguenze come meglio riescono. Naturalmente questa è la parte più ‘superficiale’ della faccenda. Poi ci sono le singole, complesse storie di ciascuno, tipo il padre di una mia amica che si è visto dimezzare di colpo la pensione lo scorso mese. Le paure collettive sono molteplici, ma quello che mi stupisce sempre di questo posto (ed è una delle ragioni per cui lo adoro) sono i meccanismi comunitari di reciproco sostegno messi in atto dalle persone Per il momento qui ad Atene ormai i bancomat son tutti vuoti e stesso dicasi per le pompe di benzina, in compenso mezzi pubblici gratuiti per tutti fino al referendum …” (L. T., 29.06.2015, Atene). Se è vero come dicono gli storici che le carestie si sono manifestate solo in corrispondenza di regimi non democratici, viene il dubbio che il mal governo e la mancanza di democrazia non sia stato un problema greco, almeno non ora, ma dell’Europa di cui facciamo parte e di cui vorremmo fare parte su altre basi. Alcune informazioni qui: http://www.internazionale.it/storia/grecia-colloqui-debito-uscita-euro

Priya, per un 8 marzo senza violenza

In occasione della Festa delle donne, segnaliamo questo fumetto su Priya, una supereroina indiana che combatte contro la violenza sulle donne. Ecco il link per leggerlo gratuitamente: www.priyashakti.com
e l’interessante racconto di come è nata l’idea del fumetto:http://www.redattoresociale.it/…/Priya-la-supereroina-india…
Nel sud Italia molti Centri Antiviolenza rischiano attualmente di chiudere per mancanza di finanziamento. La campagna di raccolta fondi‪#‎MAIPIUINVISIBILE‬ della Fondazione Pangea www.pangeaonlus.org si propone di aiutare queste importanti agenzie di sostegno a continuare la loro preziosa attività sul territorio, ospitiamo quindi qui il numero di telefono 45591 per chi volesse supportare l’iniziativa basta inviare un sms solidale di 1 euro dal 5 al 19 marzo 2015.

Sopravvissuta a uno stupro di gruppo, la ragazza riuscirà a cambiare la mentalità patriarcale dei suoi…
REDATTORESOCIALE.IT

Il sangue palestinese è sulle mani di tutti

L’operazione militare israeliana “Protective Edge” prosegue senza sosta da ormai più di venti giorni. Quella che si preannunciava come una ” operazione chirurgica” ha già ucciso 1200 Palestinesi, quasi tutti civili (74% secondo le Nazioni Unite), un massacro inevitabile in un contesto ad alta densità abitativa come Gaza, una prigione a cielo aperto di 360 km2 in cui sono stipati 1,8 milioni di abitanti, sprovvisti di rifugi anti bombe e di ogni sorta di via di fuga. È un massacro inutile agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, inutile persino agli occhi di una buona fetta della società israeliana, prontamente messa a tacere dal governo di Tel-Aviv, “l’unica democrazia” del Medio Oriente.

La carneficina è talmente priva di senso che Israele, per giustificarla dinanzi alla comunità internazionale, non può far altro che negarne l’evidenza – come sottolinea lo scrittore israeliano Nir Baram – o meglio manipolarla. E lo fa soprattutto attraverso due leitmotiv: la retorica degli scudi umani (le abitazioni private, le moschee, le scuole e gli ospedali sono tutti dei nascondigli di Hamas) e la pratica “umanitaria” del roof-knocking (avvisare i civili dell’imminente bombardamento “bussando” sul tetto delle loro abitazioni con missili depotenziati), che di umano non ha proprio nulla. Anzi, assieme alla retorica degli scudi umani, il roof-knocking è il nuovo “trucchetto politico” che Israele usa per de-umanizzare le sue vittime, per trasformarle da persone, portatrici di diritti e dignità, a “danni collaterali”, bersagli legalmente abbattibili dal punto di vista del diritto internazionale, lo stesso diritto di cui Israele si fa beffa dal 1948.

Ma allora perché se il quadro della situazione è così lampante, Israele continua ad agire indisturbato?

La verità è che nell’era del capitalismo globale, dove le relazioni internazionali sono rette dall’economia piuttosto che dalla diplomazia, agli Stati occidentali conviene fare affari con Israele, soprattutto nel settore militare e della difesa.

Anche l’Italia che, attraverso le parole della ministra degli affari esteri Federica Mogherini chiede a gran voce il cessate il fuoco, ha le mani sporche di sangue palestinese, a causa delle sue scelte economiche. L’Italia, infatti, nell’ambito di due accordi di cooperazione siglati con il governo di Tel-Aviv nel 2005 e 2012, è prima in Europa nelle esportazioni di sistemi militari in Israele, in particolare attraverso i gruppi Alenia Aermacchi, Chrysler, IVECO e CNH Global, mentre Israele è il quarto fornitore del nostro ministero della difesa a cui vende componenti per bombe e armi automatiche.

Gaza è soltanto il risvolto più oscuro e drammatico della politica di apartheid di Israele. Ma la Palestina non è soltanto Gaza, la Palestina è anche Cisgiordania, dove la situazione è “normale”. Ma cosa c’è di normale nell’avanzamento a macchia d’olio degli insediamenti illegali israeliani, nelle file interminabili ai check-point, nelle detenzioni amministrative, nella demolizione di case, nello sradicamento di ulivi e nel muro dell’apartheid? L’Italia, vendendo mezzi militari ad Israele, si rende complice anche di questa “normalità”.

Noi, giovani donne e giovani uomini di oggi, non vogliamo essere o sentirci complici della stessa politica o anche semplicemente della stessa mentalità. Il miglior modo per esprimere il nostro dissenso ci sembra proprio questo: informare e informarci in modo pulito e obiettivo, con il coraggio di fare critica anche rispetto a ciò che apparentemente non ci tocca da vicino.

 

COME È STATO IL TUO 8 MARZO?

Come ogni buon 8 marzo che si rispetti, ho partecipato ad una manifestazione per i diritti delle donne in Italia e in Europa. Un corteo discretamente partecipato, qualche striscione, slogan scanditi da alcune voci soliste, una folta schiera di curiosi che non hanno avuto il coraggio o la voglia di unirsi a noi. La necessità di tornare a interessarmi, come donna e come persona, a diritti che mi spettano ma che non sono mai scontati mi ha riportata in piazza dopo diversi anni di inattività, ma ho dovuto constatare con amarezza come ad essere presenti fossero soprattutto le donne della generazione passata, che hanno già fatto le loro lotte, mentre le giovani donne della mia generazione, che dovrebbero lottare oggi, erano presenti in minima parte. Anche di uomini ne ho visti pochi e questa è un’altra riflessione da dover fare: i diritti connessi alla salute e alla tutela delle donne riguardano da vicino anche i loro compagni, mariti, figli, fratelli, vicini, non sono ‘cose di donne’, sono, invece, ‘cose di tutti’! Il mio personale 8 marzo ha, quindi, prodotto un duplice impegno: da un lato, non perdere di vista tutto quanto coinvolga i miei diritti; dall’altro, sollecitare il sostegno e la partecipazione degli uomini che fanno parte della mia vita nelle questioni che riguardino da vicino questi diritti. Buon 8 marzo a tutte e tutti!roma-yo-decido

La doppia accezione della parola CRISI: trauma e opportunità

Ai giorni nostri, sentiamo continuamente pronunciare alla tv, nei giornali e per strada la parola “crisi” senza soffermarci troppo sul suo profondo significato etimologico. Negli anni, la parola ha acquisito un’accezione sempre più negativa, ponendo in secondo piano il suo aspetto positivo. In origine, però, la parola “crisi” (dal greco krisis “separazione” e il verbo krino “separare”)  indicava il procedimento finale della trebbiatura, che consisteva nel distinguere la parte buona da quella cattiva. Da qui, il termine ha assunto molteplici significati tra cui quello di SCEGLIERE. Anche nell’ambito psicologico, la crisi rimanda ad un potenziale maturativo oltre che patogeno,poichè indica una transizione, un cambiamento.

rete_maniLa doppia accezione della parola mi fa pensare al fatto che,da una parte, il  trauma della crisi economica che attraversa il nostro paese destabilizza fortemente le nostre vite stravolgendole, dall’altra, però, le mette alla prova. Quindi la crisi sembra indicare anche una condizione di soluzione e opportunità che, se accolta con forza ed energia,  può portare ad una rinascita. In una società pervasa dall’incertezza dello stato socioeconomico e dalla perdita progressiva dei valori morali, mi sembra davvero importante che le persone, sopratutto i giovani, si pongano come soggetti attivi in grado di prendere delle decisioni concrete e alternative allo stato paralizzante attuale, sviluppando progressivamente la capacità di far fronte alle avversità della vita, definita “resilienza”.

Articoli di riferimento: http://dailystorm.it/2013/03/05/laltra-faccia-della-crisi-da-pericolo-ad-opportunita; http://www.treccani.it/enciclopedia/crisi_(Dizionario-di-Medicina)/; http://www.benesserepsicologico.it/crisinoframe.htm

I terribili effetti dell’austerity nel Sud Europa. Serve una Conferenza sul debito

 E’ appena uscito un rapporto sulle conseguenze dei tagli alla spesa pubblica imposti dall’Europa alla Grecia in termini di salute dei cittadini, i cui risultati sono ripresi nell’articolo di Andrea Tarquini Grecia, strage degli innocenti: +43% di mortalità infantile dopo i tagli alla sanità con queste parole:

“La mortalità infantile nei primi mesi di vita dei bambini è aumentata del 43 per cento in Grecia a seguito dei brutali tagli alla spesa pubblica, e al dimezzamento del bilancio della Sanità, imposti dalla crisi del debito sovrano e dalla spietata “terapia” di risanamento imposta dall’Unione europea, dalla Banca centrale europea, dal Fondo monetario internazionale, dal governo federale guidato dalla Cancelliera Angela Merkel. E’ una strage degli innocenti.”

Queste terribili prospettive non sono così lontane per Spagna e Italia. In Italia, oltre alla scure della disoccupazione che in particolare i giovani all’ingresso nel mercato del lavoro conoscono molto bene, un chiaro indicatore degli effetti dell’austerità viene dall’aumento del numero di suicidi, registrato dal 2011 anche tra le donne.

Dobbiamo pretendere dai nostri rappresentanti politici una denuncia della situazione e una richiesta perentoria di mettere in discussione le “ricette” previste dalla Commissione europea, dal momento che sono profondamente inique e distruttive nei loro effetti.

In Italia il neo Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il neo Presidente del Consiglio (non eletto) Matteo Renzi non sembrano affatto esprimere quanto sta avvenendo in Italia. Dichiarazioni come quella rilasciata nell’aprile scorso da Padoan, allora vice segretario generale dell’Ocse, al Wall Street Journal, secondo cui gli esiti nefasti dell’austerity sull’economia reale sarebbero solo una “questione di comunicazione” scorretta, o quella di Renzi di ieri “L’Europa non dà speranza se fatta solo di virgole e percentuali […] l’Italia non va a prendere la linea per sapere che fare, ma dà un contributo fondamentale” (???) sono preoccupanti. Ricordano l’esclamazione di Pangloss “queste cose sono il meglio che possa accadere” e sembrano decisamente volte a farci mantenere il ruolo de“Gli invisibili dell’Europa” come titola un utile articolo di oggi di Barbara Spinelli. L’articolo di Spinelli tratta anche il tema della mancanza di dati attendibili su quanto sta avvenendo e del negazionismo nemmeno troppo strisciante che tenta di tagliare le gambe alle descrizioni veritiere della situazione socio-economica nell’Europa del Sud etichettandole come inevitabile “fatica da riforma” (reform fatigue). Viceversa bisogna mettere in luce gli enormi tagli al welfare legati al debito pubblico che stanno incrementando, anche in termini di vite umane, le asimmetrie tra le diverse aree dell’Europa. Una Conferenza unificata sulla riduzione del debito sarebbe una via praticabile e doverosa per la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva tanto proclamata nei programmi di ricerca e sviluppo ufficiali della Commissione europea. Rispetto a questo, ricorda Spinelli, avremmo anche il precedente della conferenza di Londra del 1953 in seguito alla quale proprio la Germania beneficiò del quasi totale azzeramento del debito di guerra, a cui seguì un grande sviluppo economico per quel paese.

Sono vicinissime le elezioni europee di maggio. Saremo chiamati presto alle urne, anche in Italia, e dovremo scegliere chi ci rappresenterà in Europa. Questi mesi saranno cruciali per capire chi sta agendo, persino dall’Italia, in modo da occultare quello che avviene. I cittadini degli Stati dell’Europa del Sud hanno bisogno di rappresentanti europei in grado di inviare richieste chiare e  concrete all’Europa e porre limiti perentori alle imposizioni inique che stiamo scontando. Tutti gli Stati membri hanno bisogno di ricordare che abbiamo costruito un progetto comune fondato sui valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, finalizzato a creare uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia senza frontiere interne. Qualcosa di davvero molto diverso dal frame latente che oggi sembra incorniciare gran parte delle politiche di austerità e “risanamento” (!!!) europee: smantellare lo stato sociale in nome di un progetto neoliberale sul modello della federazione statunitense all’interno del quale sono previste zone più ricche a discapito di zone endemicamente depresse. Partecipare alla costituzione della nostra prossima rappresentanza europea, entrando bene nel merito dei programmi e delle garanzie della loro realizzazione distinguendo retorica e reali conseguenze attese, è dunque una questione di importanza vitale.